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Sporchiamoci le mani coi figli In evidenza

Il tempo libero è una invenzione recente, è nato e poi si è consolidato nella società del benessere, della opulenza, del dopoguerra.
Il tempo libero, oggi, è un tempo vuoto da saziare di beni e di cose in modo vorticoso e bulimico. Un tempo così sazio da non riconoscere il sapore, le emozioni e sopratutto i sentimenti di quello che viviamo. Nel tempo libero “corriamo”, senza che nessuno, si domandi poi verso quale meta e così che come adulti, inesorabilmente, ci perdiamo.
Smarriamo in particolare la nostra vocazione genitoriale, la direzione, la prospettiva da lasciare in eredità ai nostri figli. Basterebbe fare un semplice esercizio di realtà, che faccio fare ai miei corsi, e porsi questa domanda: “ Immaginandoti al tuo funerale come vorresti essere ricordato dai tuoi figli? Quali parole vorresti che dicesso di te?” Davanti a questa domanda la gente piange o si chiude in un silenzio autistico, non sa cosa dire, non ci ha mai pensato.
Il punto è proprio questo: i figli chiedono di essere pensati!
Non basta solo passare del tempo assieme, e già questo sarebbe un traguardo, ma occorre pensare, possibilmente nella coppia, una strategia educativa condivisa. Sperimentarla per poi aggiustarla di continuo.
Continuare a crescere con i figli che cresciamo è un paradigma, un modo di pensarsi con loro che fa la differenza. Usciamo dalle nostre sicurezze e dalla prigione del ricordo di noi stessi, di quello che facevamo o non facevamo noi con i nostri genitori e ci adoperiamo per entrare nell’inedito, cioè quello che rende la vita veramente saporita e interessante.
Senza queste consapevolezze entriamo, come adulti, nel vortice della frenesia delle cose da fare dimenticando il perché stiamo facendo o vivendo questo compito educativo e così che ogni problema, normale e direi anche sano per mantenerci costantemente attenti, diventa come insormontabile, causa di fragilità esasperate e depressioni.
Ad ogni angolo trovi genitori pseudo depressi con in testa un’idea del figlio, che ci viene inculcata dalla cultura della prestazione, che però non corrisponde alla realtà di come effettivamente sono.

Questo spazio diventa “spazio di scarto” tra l’idea che ho in testa e la realtà. Pertanto invece di valorizzare e credere in quello che ho di fronte resto ancorato ad una mia idea irrealizzabile.
I figli sono specchio di noi stessi, c’è poco da dire, e certamente noi non siamo perfetti e cerchiamo di educare al meglio delle nostre possibilità. Questo però non vuol dire “educare a caso”, così come mi viene meglio questa mattina, non è pensabile sentirci arrivati come adulti e chiedere di mettersi in gioco solo ai ragazzi.
Se io chiedo di spegnere il cellulare o la play station non posso poi mangiare con il mio cellulare sotto il piatto o dormire con il telefono sul comodino o nel letto. Non è solo un problema di credibilità, anche, ma di condividere un vissuto giornaliero non allineato tra quello che dico e quello che faccio. La proposta educativa diventa dissociata.
Le fragilità che oggi si sono accentuate sono quelle legate alla dissociazione dei contesti, in sostanza mi comporto come sono a prescindere da dove sono e da cosa faccio, non ho più limiti al mio bisogno di godimento, i miei adulti di riferimento hanno saltato “lo spigolo del no”. Ragazzi che nello specchio distorto della quotidianità non intravedono negli adulti un motivo significativo per cui vivere, una passione per cui lottare, un motivo per cui aiutare gli altri ed interrompere il processo autistico e autoreferenziale di pensarsi soli e al centro del mondo.
Gli altri fanno paura, la narrazione dei media polarizza le notizie sulle catastrofi del mondo, tutto vero ma ignorando l’altra metà di solidarietà ed esplosione di amore che esiste in ogni angolo del pianeta, ed il gioco è fatto.
Cosa ci può essere di meglio allora di un fichissimo gioco on line come Fortnite, e considerate che in uscita ci sono giochi di nuova generazione super! Basta chiudersi nella propria camera, giorno e notte, senza regole e senza limiti, e costruire la propria “desiderabilità sociale” nella chat dell’ultimo gioco esplosivo del momento.
La stessa desiderabilità che noi abbiamo cercato e trovato sul muretto, nella piazza, nel cortile della scuola o sul lido al mare.

Questi giochi sono studiati da cervelloni che sono in grado di stimolare con le loro immagini e strategie tutte le nostre endorfine, il loro obiettivo è tenerci incollati allo schermo. Pensate che Fortnite non finisce mail, il gioco si autorigenera in continuazione e, soprattutto, non si può mettere in pausa. Sono iper competitivi perché giochi con gente di tutto il mondo e per dimostrare le tue capacità devi passare ore ed ore ad allenarti.
Inoltre funzionano con il meccanismo del “rinforzo positivo”, lo stesso del “gratta e vinci”, c’è sempre qualche piccolo obiettivo che vinci senza mai arrivare a vincere la gara, si innesta in questo modo un subdolo atteggiamento nevrotico, non raggiungi mai la fine, la vittoria finale.
In comunità ad Exodus abbiamo iniziato ad accogliere con il nostro progetto “Nessuno Escluso” ragazzi e famiglie in grande difficoltà con l’abuso, se non dipendenza, dei giochi online. Un fenomeno che sta esplodendo, inizia in quarta elementare con i primi device e smartphone e arriva al suo massimo in terza media. In tutte le famiglie si realizzano così i primi veri conflitti, nello spiegare le regole e il loro valore e dall’altra parte i capricci, e in alcuni casi anche le mani, dei ragazzini.
Se nella famiglia sana questo conflitto c’è, e non si può e deve saltare, si pongono le basi e il perimetro del piacere per il ragazzino e quindi si contiene la sua ansia.
Al contrario quando i ragazzi sperimentano una assenza dei genitori o perché separati o perché assenti per lavoro, i giochi online letteralmente li ingoiano, li ipnotizzano, in un atteggiamento permanentemente masturbatorio con gravi conseguenze sulla socialità.
Il processo educativo che utilizziamo in Exodus con questi ragazzi è quello dello “sporcarci le mani” insieme, educatori e ragazzi.
L’orto, la serra, le api, l’accudimento degli animali da cortile, la scuola di cucina, l’attività in piscina, i tornei sportivi, i giochi di società hanno un unico scopo: iniziare a fargli prendere consapevolezza di chi sono e soprattutto di quali sono le loro qualità da allenare e valorizzare permanentemente.

Alle famiglie chiedo: non paragonate i vostri figli a nessuno compreso i fratelli e le sorelle, puntate tutto sulla unicità di ogni ragazzo, scoprite e valorizzate sempre le qualità dei propri figli consapevoli che le qualità non sono un concetto astratto ma hanno un nome.
Infine sporcatevi le mani insieme a loro, anche se non sapete fare, non è la tecnica di quello che farete che gli resterà nel cuore ma lo sguardo di chi crede ancora, e sebbene tutto, che vale la pena vivere.
Luigi Pietroluongo Sociologo&Coach

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