La città educativa

Il Blog di Luigi Maccaro

Luigi Maccaro

Luigi Maccaro

Secondo appuntamento dell'Università della Famiglia con mercatino del ri-giocattolo

«Caro Babbo Natale (…) vorrei tanto ricevere (…) ed infine una PS4 con FIFA18 ed un AIFON8 (…)». Con tre figli piccoli, che a stento riusciamo a tenere lontani dai videogiochi, i regali di Natale diventano una vera e propria sfida educativa. Ora che ci si mette pure la scuola a fare la didattica innovativa con i tablet siamo messi davvero male. Non voglio certo demonizzare la tecnologia, essendo un Mac user convinto, ma quando si tratta di bambini bisogna dire che c'è un modo e soprattutto un tempo giusto per usarla. Cosa c'entra questo con la Città educativa? C'entra perché noi genitori dobbiamo formarci una coscienza collettiva rispetto a questi argomenti: non possiamo vedercela ognuno in casa propria, perché i bambini si frequentano, a scuola, alle feste, ai campus, al parco e, generalmente, per ogni bambino abituato a giocare all'aperto, ce ne sono tre con la faccia incollata allo smartphone. Tempo mezz'ora, palloni e biciclette restano abbandonati e tutti finiscono per condividere i videogiochi.
Siamo vittime di un'ondata consumistica di portata colossale e siamo indotti a cedere ai ricatti affettivi per cui, per non far sentire i nostri figli da meno rispetto ai loro compagni "hi-tech", rischiamo di far trovare sotto l'albero di Natale inutili e pericolosi "videoregali".
L'infanzia non ha bisogno di nessun attrezzo tecnologico: tutti i bambini amano giocare correndo, toccando, costruendo, inseguendosi e saltando gli ostacoli. Ma se vedono noi genitori tanto assorti dal cellulare da non sentire neanche i loro richiami, allora rischiamo di fare danni.
I bambini devono sviluppare competenze relazionali e sociali, sviluppare le capacità legate all'immaginazione e alla motricità, devono imparare a stare insieme, ad accettare le frustrazioni, a far emergere le risorse creative di cui sono incredibilmente dotati. Lasciarli anestetizzare davanti agli schermi significa pregiudicarne il futuro.
Non dimentichiamo che il digitale dà dipendenza che può svilupparsi anche in forme molto gravi che porta i ragazzi a richiudersi in spazi virtuali isolandosi dal mondo. Occorre prestare attenzione ai segnali che si presentano già in età infantile e che rivelano una sorta di crisi d'astinenza: il bambino che piange disperato se non guarda la tv, il preadolescente che può diventare violento se gli si nega l'accesso al videogioco e così via.
Adesso ci si mette pure la scuola con la didattica digitale già alle elementari: una solenne sciocchezza promulgata da dirigenti ed insegnanti che non capiscono nulla di pedagogia. Una deriva alla quale noi genitori dovremmo opporci: sostituire la lavagna con il tablet non ha nulla di innovativo e presenta molti pericoli oltre che una sorta di giustificazione al disimpegno educativo delle famiglie di fronte alla bulimia digitale. Innovativo è fare ricerche, lavori di gruppo, esperienze sul campo, incontrare adulti autorevoli, toccare con mano la storia, la geografia e le scienze. Innovativo è costruire relazioni significative tra pari e con gli insegnanti. Innovativo è condividere il progetto educativo personalizzato tra scuola e famiglia.
Dunque per Natale, niente giocattoli o strumenti digitali che non offrono nessun vantaggio evolutivo, emotivo, cognitivo per i nostri bambini. Anzi, sono tantissime le ricerche scientifiche che rilevano i danni di una vita infantile video digitale: dai ritardi del linguaggio ai disturbi emotivi di varia natura.
Se vogliamo confrontarci ed approfondire il tema, possiamo vederci oggi pomeriggio, a Exodus, per il secondo appuntamento dell'Università della Famiglia, sul tema "Generazione touch: tra social e realtà". Contemporaneamente, sempre in comunità, l'associazione "La Famiglia" organizza la mostra-scambio del giocattolo usato gestito direttamente dai bambini.

Cassino ha bisogno di un progetto culturale di ampio respiro a beneficio delle nuove generazioni

Quest'estate abbiamo ospitato nella foresteria della comunità ben oltre 300 persone tra pellegrini e scout venuti da ogni parte d'Italia per vivere esperienze di condivisione, di conoscenza della nostra esperienza, di volontariato. Per queste persone, al di fuori della comunità, l'unico sito visitabile era, ed è, l'abbazia di Montecassino. Historiale chiuso, Rocca Janula chiusa, zona archeologica chiusa, iniziative culturali, eventi nazionali, appuntamenti di rilievo, zero. Velo pietoso su Teatro (o forse bisogna dire sala polivalente?) Manzoni. Bando deserto per il Natale in piazza, salvato in extremis ma con budget da fichi secchi. Insomma, sulla cultura, smobilitazione completa. Provate ad andare sul sito del comune di Cassino e cercare la parola cultura: cliccando sul link "Portale turistico" si ottiene una pagina bianca. D'altra parte la costruzione di una città diseducativa vede proprio nell'annichilimento culturale un passaggio strategico fondamentale: più il popolo è "cojone" (cit. Trilussa) più è facile tenerlo a bada e orientarlo in campagna elettorale. Ognuno gratificato dai colori del suo smartphone, nessuno che racconti ai bambini storie di cavalieri dentro la Rocca né storie di gladiatori al Colosseo. «Con la cultura non si mangia» era il motto di Forza Italia al governo nazionale appena pochi anni fa. Oggi lo stesso partito è al governo della nostra città e gli effetti si vedono chiaramente.
Quanto è diseducativo tutto questo? Il patrimonio artistico e culturale che abbiamo avuto la fortuna di ricevere in eredità deve essere offerto alle nuove generazioni affinché possano utilizzarlo per educarsi al bello, all'arte, alla condivisione dei beni comuni, alla testimonianza della storia e, perché no, anche alle opportunità professionali che tutto questo patrimonio potrebbe offrire ai neolaureati della nostra Università.
Intanto si tracciano progetti fantasmagorici che dovrebbero appoggiarsi su capitali privati: una svendita del patrimonio, detta "valorizzazione", finalizzata a far fare più soldi a chi di soldi già ne ha abbastanza. Ma ci sarebbe un'altra possibilità: gestione privata, rigorosamente non profit, con un controllo pubblico. Una fantasia? Non credo, visto, ad esempio, che il Ministero dei Beni Culturali ha fatto un bando per la gestione di 13 gioielli del patrimonio artistico italiano, fra cui la "nostra" Certosa di Trisulti, riservato alle onlus! Ma l'Italia è piena di buoni esempi: la Cattedrale di Pisa con la Piazza dei Miracoli, sono gestite da una onlus: 100 persone assunte a tempo indeterminato e 3 milioni di visitatori l'anno. Insomma, questo è il tempo in cui bisogna inventare dei modelli nuovi, ibridi si vogliamo, dove amministratori intelligenti, non considerino i privati solo per i capitali che questi sono in grado di investire ma piuttosto per l'impegno, la passione, la creatività, la generosità, la dedizione che sono in grado di mettere in campo per il bene comune. Allora proviamo a farlo un bando per la gestione di un bene pubblico, artistico, culturale, ambientale, riservato ad una onlus, composta da giovani laureati dell'Università di Cassino, un bando magari scritto proprio a quattro mani insieme all'Ateneo. Proviamo ad inventare una Fondazione di Comunità (qualcuno ci aveva già provato) dove Comune, Università e Abbazia possano diventare un tridente forte, con una visione chiara e trasparente, capace di andare oltre le campagne elettorali. Proviamo ad avere come città un respiro un po' più profondo. Anche perché l'aridità culturale di un territorio, diventa immediatamente terreno fertile per disagio sociale, mafie di ogni tipo, diffusione di droghe e illegalità. Al contrario rendere fruibile dignitosamente il patrimonio culturale ed ambientale diventa una difesa immunitaria contro le organizzazioni criminali che sono sempre pronte ad allungare i propri tentacoli. Questa città ha bisogno di un Progetto Culturale che rispetti la sua identità e getti uno sguardo lungo, intravveda una prospettiva di sviluppo educativo, culturale, occupazionale ed economico. Un Progetto che abbia molti protagonisti, pubblici e privati, con una visione comune: dare compimento alla vocazione di una città che per la sua storia è al centro dell'Europa. è cultura, è educazione, è prevenzione.

Martedì, 28 Novembre 2017 21:23

Il ritorno dell'eroina e la fuga degli adulti

Sempre più frequenti i ritrovamenti di siringhe generano allarme sicurezza ma c'è un allarme educativo che nessuno ascolta.

Ci eravamo disabituati anche ai decessi per overdose ed invece la realtà è che le nostre strade sono sempre più ricche di eroina a basso costo. I ritrovamenti sempre più frequenti di siringhe, finanche nei pressi delle scuole, ci parlano di un problema di cui per troppi anni non abbiamo voluto più occuparci. Anche la Asl di Frosinone, per mancanza di personale, ha dovuto chiudere tutti gli sportelli di ascolto C.I.C. per gli studenti nelle scuole superiori. Pressoché azzerati gli interventi di prevenzione, ecco i risultati. Oggi l'eroina si trova anche a 5 euro il grammo poiché la concentrazione del principio attivo è bassa, 10/15%, il resto è composto da sostanze da "taglio" pericolose e dannose che aumentano la dipendenza psicologica. E sempre più spesso la prima dose è gratis perché l'obiettivo degli spacciatori è "fidelizzare" il consumatore che è sempre più giovane. Dato che l'offerta di sostanze, in primo luogo la cannabis, è sempre più alta, disponibile e a basso costo, come è possibile fare qualcosa per ridurre la domanda da parte dei ragazzi? Perché così tanti ragazzi si lasciano intrappolare da questa giostra mortale?

Bisogna che ci mettiamo di fronte non tanto alla diffusione delle sostanze, a quello ci pensano già le forze dell'ordine, quanto piuttosto alla mancanza di benessere interiore e di progettualità dei ragazzi. La cannabis, l'eroina e tutto il resto vanno a riempire un vuoto che i ragazzi non sanno colmare di esperienze positive, le sostanze sono un antidolorifico a quel senso di incapacità di realizzarsi pienamente, le prime trasgressioni sono una ricerca di auto affermazione, di riconoscimento che non arriva dalla società adulta. Insomma siamo di fronte ad un problema educativo del quale è difficile occuparsi perché non si ha voglia di sottrarre tempo al lavoro, ai ritmi che la vita ci impone, ma anche alle stupidaggini che questo nostro tempo ci offre. Viviamo un'ansia di affermazione personale che non ci permette di capire che le priorità sono altre e che i nostri figli, per cercare la loro affermazione, hanno bisogno di testimonianze autentiche ed autorevoli. Hanno bisogno di vedere padri, madri, insegnanti, sacerdoti, allenatori, adulti capaci di spendersi in progetti che danno senso alla loro vita.

La superficialità nella quale siamo immersi uccide tutto e ci porta a banalizzare tutto: i rapporti non sono più importanti delle cose che possediamo, il progetto di vita si basa sui gratta e vinci, le cose da fare travolgono le relazioni e la relazione autentica con gli altri è l'unica cosa di cui, soprattutto i ragazzi, hanno veramente fame. Allora dobbiamo costruire contesti nei quali l'amicizia e la progettualità diventino per i nostri figli il terreno sul quale crescere. Lo possiamo fare nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole, nei nostri quartieri, perfino nei nostri luoghi di lavoro. Prima di tutto dobbiamo cambiare noi, essere capaci di testimoniare uno stile di vita diverso e poi proporre un protagonismo nuovo ai ragazzi. Non essere quel branco di adulti sfigati, pessimisti, un po' loschi, strafottenti, convinti che il mondo sia marcio, che la politica sia tutta uguale, incollati ai nostri schermi come se la vita fosse quella. E' chiaro che i ragazzi cercheranno altro e saranno disposti a correre rischi piuttosto che avere questa come prospettiva di vita. Non possiamo chiedere ai nostri figli di essere quello che non riusciamo ed essere noi così come non possiamo chiedere alla Questura di affrontare problemi che non vogliamo affrontare noi. Bisogna che i luoghi educativi, la famiglia, la scuola, la parrocchia, le associazioni siano più consapevoli dell'importanza del ruolo che rivestono nella crescita dei ragazzi. Non significa affatto parlare ai ragazzi dei pericoli delle droghe, significa costruire contesti dove le relazioni siano autentiche, intense, dove il vuoto interiore degli adolescenti possa essere colmato dalle amicizie, dove la paura di non farcela non si trasformi in mancanza di autostima ma in possibilità di farcela insieme agli altri. Significa uscire dal registro formale dei rapporti, nel caso degli insegnanti o degli allenatori ed entrare in rapporti più autentici che ci permettono di guadagnare autorevolezza e di conquistarci la fiducia dei ragazzi.

Tutti gli adolescenti sono tentati dal paese dei balocchi e tutti prima o poi incontreranno il gatto e la volpe sulla loro strada ma la capacità di resistere e di fare altre scelte dipenderà dal lavoro educativo svolto dagli adulti. Per questo abbiamo inventato l'Università della Famiglia e per questo vogliamo riflettere, confrontarci e formarci per affrontare questa sfida educativa. Al ritorno dell'eroina proviamo a rispondere con il ritorno dell'educazione!

La lettera pastorale di Mons. Antonazzo sul valore della famiglia è uno spunto per riflettere sull'assenza di politiche locali capaci di sostenerla.

"La gioia di fare famiglia": sul titolo siamo tutti d'accordo ma è sul sottotitolo che cominciano i problemi. "La famiglia nel vivere quotidiano" è invece una corsa ad ostacoli per la sopravvivenza. Non meraviglia la completa assenza di politiche specifiche per la promozione della famiglia nella città di Cassino, se non per il fatto che, soprattutto certi politici di centrodestra, si riempiono la bocca della parola "famiglia" in campagna elettorale salvo poi, quando diventano amministratori, pensare a tutt'altro. Sono convinto che la maggior parte di loro ancora confonda le politiche per la famiglia con le politiche sociali: se studiassero un po' capirebbero che sono ben altra cosa e che riguardano l'attività di tutti gli assessorati, dal primo all'ultimo.
Quello che meraviglia è l'indifferenza, se non l'opposizione, nei confronti di certe istanze come la pista ciclabile, l'isola pedonale, la necessità di rendere fruibili luoghi come la villa comunale e ormai anche il parco Baden Powell, posti sporchi e sempre più frequentati da spacciatori.
Le cose che si potrebbero fare sono tantissime: una Consulta delle Famiglie, una politica fiscale commisurata al numero dei figli, campus estivi, centri di aggregazione giovanile nei quartieri periferici, scuole aperte nel pomeriggio, politiche di conciliazione e di pari opportunità (penso alle famiglie, come la mia, che, avendo tre figli nella stessa scuola, uno va a scuola il sabato e due restano a casa), politiche di sicurezza urbana che si affianchino al lavoro delle forze dell'ordine, aree attrezzate per bambini e famiglie, piscina comunale o convenzione con quelle private esistenti, eventi culturali per famiglie durante tutto l'anno e tariffe agevolate per gli under 18, eventi di quartiere, corsi di formazione pre-matrimoniale sulle responsabilità educative per le coppie che non scelgono il matrimonio religioso, politiche di housing sociale che sostituiscano il sistema delle case popolari. Invece niente. Un'amministrazione sull'orlo del fallimento, tenuta in piedi solo per non sfigurare nella prossima campagna elettorale, coperta di tanti debiti da far venire i brividi, non può far altro che inaugurare qualche aiuola risistemata da imprenditori di buon cuore. Piuttosto il patrocinio e l'intera giunta schierata in pompa magna al festival della birra, dove mancava solo il gonfalone cittadino a celebrare la vocazione commerciale di questa città a fronte dell'ostruzionismo pretestuoso andato in scena per un gruppo di famiglie che volevano consentire ai loro bambini di esporre quattro bancarelle di scambio giochi usati. Meno male che l'Associazione La Famiglia non si perde d'animo e si organizza per fare lo stesso i suoi eventi.
Provo a parlare di cose serie: la Famiglia è un fattore di crescita sociale ed economica! Le politiche schiave dei bilanci non produrranno mai niente. La vera qualità dei politici sta nella capacità di fare le cose malgrado questi bilanci grazie ad una visione più ampia capace di includere le reti di cittadini e organismi che generano benessere sociale, valore, sviluppo, innovazione. Qui non serve una cultura diversa, servono persone che una cultura del progresso sociale ce l'abbiano, al posto di manichini cooptati e telecomandati. Serve una cultura delle relazioni capace di produrre scambi che non mirano al benessere economico individuale, un modello perdente che abbiamo sotto gli occhi da trent'anni, ma che mirano invece a produrre coesione sociale, un clima di fiducia, di condivisione di storia e di valori, un clima di reciprocità da alimentare continuamente. A partire dalla Famiglia, organizzazione sociale di base, che deve sentirsi parte di una famiglia più grande, di un progetto più ampio del quale è corresponsabile.
Promuovere uno sviluppo fondato su politiche capaci di dare valore al capitale relazionale, significa cambiare visione, adottare strumenti nuovi, non limitarsi a spostare voci di bilancio, bensì promuovere reti di sistema, individuando e aggregando quei nodi della rete che sono capaci di generare benessere sociale ed economico. Non se ne può più della finta "politica del fare", i cittadini vogliono "fare insieme": questo è l'ingrediente fondamentale del progresso collettivo che sarà direttamente proporzionale all'intensità degli scambi relazionali che animano la nostra comunità. è un cambio di paradigma importante rispetto al quale la fortuna di avere l'Università sul nostro territorio può rappresentare il vero motore rigenerativo. Una piccola testimonianza proviamo a darla oggi pomeriggio con l'inaugurazione dell'Università della Famiglia, alle 15, in Cascina, alla presenza di don Antonio Mazzi, massimo esempio del saper "fare insieme".

La famiglia è uno dei fattori protettivi più efficaci nella vita dei propri figli per prevenire, in modo particolare, l’uso di droghe tra gli adolescenti. Relazioni familiari solide e un buon rapporto tra genitori e figli consentono di superare le insicurezze e le difficoltà che caratterizzano la fase dell’adolescenza e il passaggio all’età adulta.
Poiché il supporto ai genitori nel loro ruolo educativo rappresenta una vera e propria strategia di prevenzione verso i comportamenti problematici e a rischio da parte dei figli, le figure genitoriali devono essere sempre più coinvolte nella lotta contro ogni forma di dipendenza.

I programmi di formazione sulle competenze familiari e sulle abilità genitoriali si sono dimostrati efficaci nel prevenire molti comportamenti a rischio, anche l’uso di sostanze stupefacenti. Questi programmi risultano più efficaci rispetto a quelli, pur necessari, che si limitano a fornire solo informazioni sulle sostanze stupefacenti. Inoltre, i programmi che includono l’acquisizione di competenze da parte dei genitori, dei ragazzi e delle famiglie, possono essere adottati a partire dall’infanzia e per l’intera durata dell’adolescenza, e producono cambiamenti comportamentali positivi e duraturi all’interno del nucleo famigliare, in cui i ragazzi possono crescere e maturare.

Per questo, ogni ultimo giovedì del mese, a partire dal 28 settembre, presso la Cascina Exodus, si terranno incontri di formazione in uno stile semplice, orientato alla condivisione dei problemi e alla ricerca comune di soluzioni efficaci, con la presenza di esperti, come la psicoterapeuta Dott.ssa marisa Del Maestro ed altri che si alterneranno in base ai temi trattati.

Formazione, consulenza, condivisione: le politiche di prevenzione devono passare innanzitutto per il sostegno alle famiglie

Mentre il Sindaco-sceriffo mette insieme le carte per erigere cancellate utili a tenere lontani gli spacciatori dai cortili istituzionali, di fronte al preoccupante diffondersi delle droghe in città, bisogna che, oltre agli interventi nella scuola, si offra alle famiglie una opportunità formativa affinché si possano contrastare disagio, devianze, dipendenze.
Per questo, in collaborazione con l'Associazione La Famiglia, abbiamo deciso di avviare un nuovo progetto che possa rappresentare per le famiglie un'occasione formativa rispetto al difficile compito educativo da svolgere con i figli, in particolare quelli adolescenti. Un luogo di consulenza dove trovare educatori e psicologi esperti in grado di supportare i genitori ma anche gli adolescenti in difficoltà ed anche un contesto conviviale nel quale le famiglie possano ritrovarsi, confrontarsi e aiutarsi a vicenda.
L'abbiamo chiamata Università della Famiglia, con un nome un po' altisonante per le nostre piccole avventure, con l'idea di creare un luogo di ricerca dove i protagonisti non siano gli esperti ma i genitori, attraverso la condivisione delle esperienze, il confronto e la ricerca di soluzioni educative efficaci.
La lezione inaugurale la terrà, ovviamente, don Antonio Mazzi, sabato 18 novembre alle 15 nella Cascina della comunità Exodus, in un incontro intitolato "Spinocchio, l'adolescenza vista alla rovescia". Poi gli incontri formativi si ripeteranno ogni terzo sabato del mese con altri esperti che si avvicenderanno. Invece ogni giovedì pomeriggio, sempre in Cascina, è aperto il centro di consulenza psicopedagogica coordinato dalla psicoterapeuta Marisa Del Maestro. È un centro, competente e qualificato, dove trovare consigli, risposte e indicazioni per affrontare con efficacia le difficoltà che si incontrano nella crescita dei figli. I consulenti aiutano i genitori a leggere e capire la situazione che stanno vivendo all'interno della famiglia per individuare le strade percorribili, tenendo conto della fascia d’età di cui si sta parlando.
Inoltre nelle prossime settimane riprenderanno gli "open days" che già l'anno scorso hanno visto la partecipazione di decine e decine di famiglie per giornate di serenità da trascorrere insieme.
Durante le attività formative sono sempre previste attività dedicate ai figli, animate dagli operatori del Campus: sport, musica, teatro o doposcuola. In questo modo tutta la famiglia può essere presente alle attività proposte.
Essere famiglia oggi è certamente più difficile che nel passato ed il processo educativo che prima era fondato su poche semplici regole, oggi è condizionato da mille consigli, prescrizioni, manuali che rischiano di relegare i genitori nel ruolo di meri esecutori facendo venire meno il principale fattore di ogni relazione educativa, ovvero la reciprocità. L'obiettivo infatti non è indottrinare i genitori ma rafforzarli nelle loro competenze relazionali.
Tutti i genitori devono confrontarsi con i problemi educativi, con i mille dubbi su cosa sia meglio fare per accompagnare i figli nel loro difficile percorso di crescita. I compiti a casa, le attività sportive, le parolacce, il telefonino, gli amici, il tempo libero, le uscite serali, il rapporto con il padre, le regole, l'autonomia, il futuro… Con chi parlarne? Con chi confrontarsi in maniera serena? Le domande che restano dentro poco alla volta si trasformano da sassolini in macigni: il rapporto con il figlio si inquina, il dialogo viene filtrato dal sospetto con l'aggravante del senso di colpa per il tempo che intanto passa. E quando i figli non trovano risposte di senso all'interno della famiglia, cominciano a cercarle fuori e a quel punto è un terno al lotto perché non sai chi incontrano e chi frequentano. E non ci sono cancellate che tengano! L'Università della Famiglia vuole rispondere proprio a questo bisogno di chiarezza, di confronto, di consulenza e di condivisione. La metodologia di questi incontri privilegia la fruizione di un'esperienza che si lega alla quotidianità, agli eventi concreti che animano la vita delle famiglie e i loro protagonisti. Si parte sempre dall'esperienza e si fa esperienza. Il luogo di lavoro è il gruppo. Essere genitori ben organizzati, con un progetto educativo condiviso, vivere la dimensione relazionale affettiva, essere autorevoli e non autoritari, saper stare nei conflitti senza colpevolizzare e riuscendo a dare regole sostenibili, è una competenza da costruire giorno per giorno. L'Università della Famiglia promossa da Exodus è un aiuto in questo senso, per quei genitori che vogliono recuperare il significato e la responsabilità del ruolo formativo e individuare strategie valide per aiutare bambini e ragazzi a diventare grandi. Altro che cancellate! 

Formazione, consulenza, condivisione: le politiche di prevenzione devono passare innanzitutto per il sostegno alle famiglie

Mentre il Sindaco-sceriffo mette insieme le carte per erigere cancellate utili a tenere lontani gli spacciatori dai cortili istituzionali, di fronte al preoccupante diffondersi delle droghe in città, bisogna che, oltre agli interventi nella scuola, si offra alle famiglie una opportunità formativa affinché si possano contrastare disagio, devianze, dipendenze.
Per questo, in collaborazione con l'Associazione La Famiglia, abbiamo deciso di avviare un nuovo progetto che possa rappresentare per le famiglie un'occasione formativa rispetto al difficile compito educativo da svolgere con i figli, in particolare quelli adolescenti. Un luogo di consulenza dove trovare educatori e psicologi esperti in grado di supportare i genitori ma anche gli adolescenti in difficoltà ed anche un contesto conviviale nel quale le famiglie possano ritrovarsi, confrontarsi e aiutarsi a vicenda.
L'abbiamo chiamata Università della Famiglia, con un nome un po' altisonante per le nostre piccole avventure, con l'idea di creare un luogo di ricerca dove i protagonisti non siano gli esperti ma i genitori, attraverso la condivisione delle esperienze, il confronto e la ricerca di soluzioni educative efficaci.
La lezione inaugurale la terrà, ovviamente, don Antonio Mazzi, sabato 18 novembre alle 15 nella Cascina della comunità Exodus, in un incontro intitolato "Spinocchio, l'adolescenza vista alla rovescia". Poi gli incontri formativi si ripeteranno ogni terzo sabato del mese con altri esperti che si avvicenderanno. Invece ogni giovedì pomeriggio, sempre in Cascina, è aperto il centro di consulenza psicopedagogica coordinato dalla psicoterapeuta Marisa Del Maestro. È un centro, competente e qualificato, dove trovare consigli, risposte e indicazioni per affrontare con efficacia le difficoltà che si incontrano nella crescita dei figli. I consulenti aiutano i genitori a leggere e capire la situazione che stanno vivendo all'interno della famiglia per individuare le strade percorribili, tenendo conto della fascia d’età di cui si sta parlando.
Inoltre nelle prossime settimane riprenderanno gli "open days" che già l'anno scorso hanno visto la partecipazione di decine e decine di famiglie per giornate di serenità da trascorrere insieme.
Durante le attività formative sono sempre previste attività dedicate ai figli, animate dagli operatori del Campus: sport, musica, teatro o doposcuola. In questo modo tutta la famiglia può essere presente alle attività proposte.
Essere famiglia oggi è certamente più difficile che nel passato ed il processo educativo che prima era fondato su poche semplici regole, oggi è condizionato da mille consigli, prescrizioni, manuali che rischiano di relegare i genitori nel ruolo di meri esecutori facendo venire meno il principale fattore di ogni relazione educativa, ovvero la reciprocità. L'obiettivo infatti non è indottrinare i genitori ma rafforzarli nelle loro competenze relazionali.
Tutti i genitori devono confrontarsi con i problemi educativi, con i mille dubbi su cosa sia meglio fare per accompagnare i figli nel loro difficile percorso di crescita. I compiti a casa, le attività sportive, le parolacce, il telefonino, gli amici, il tempo libero, le uscite serali, il rapporto con il padre, le regole, l'autonomia, il futuro… Con chi parlarne? Con chi confrontarsi in maniera serena? Le domande che restano dentro poco alla volta si trasformano da sassolini in macigni: il rapporto con il figlio si inquina, il dialogo viene filtrato dal sospetto con l'aggravante del senso di colpa per il tempo che intanto passa. E quando i figli non trovano risposte di senso all'interno della famiglia, cominciano a cercarle fuori e a quel punto è un terno al lotto perché non sai chi incontrano e chi frequentano. E non ci sono cancellate che tengano! L'Università della Famiglia vuole rispondere proprio a questo bisogno di chiarezza, di confronto, di consulenza e di condivisione. La metodologia di questi incontri privilegia la fruizione di un'esperienza che si lega alla quotidianità, agli eventi concreti che animano la vita delle famiglie e i loro protagonisti. Si parte sempre dall'esperienza e si fa esperienza. Il luogo di lavoro è il gruppo. Essere genitori ben organizzati, con un progetto educativo condiviso, vivere la dimensione relazionale affettiva, essere autorevoli e non autoritari, saper stare nei conflitti senza colpevolizzare e riuscendo a dare regole sostenibili, è una competenza da costruire giorno per giorno. L'Università della Famiglia promossa da Exodus è un aiuto in questo senso, per quei genitori che vogliono recuperare il significato e la responsabilità del ruolo formativo e individuare strategie valide per aiutare bambini e ragazzi a diventare grandi. Altro che cancellate! 

Difficile in questi giorni dire qualcosa di intelligente di fronte al dramma dei ragazzi che hanno visto sfumare la speranza di un posto di lavoro stabile in FCA. Difficile anche sottrarsi alla critica della classe politica che governa questo territorio e che non è mai stata in grado di costruire un'alternative efficace. Costruire posti di lavoro è roba per gente abituata a lavorare e i politici non appartengono certo a questa categoria, presi come sono dalla necessità di conservare le poltrone tanto agognate. Ora si stracciano le vesti per i contratti non rinnovati, guadagnando qualche titolo di giornale ma poi torneranno al caldo dei loro privilegi senza essere capaci né di prevedere gli eventi, né di prospettare nuovi orizzonti di sviluppo economico.
Nel frattempo e tra la disattenzione dei più, c'è un settore che cresce, che negli ultimi dieci anni ha aumentato gli occupati del 39,4% mentre il numero delle organizzazioni è cresciuto del 28% (dati ISTAT). Cooperative sociali, fondazioni, associazioni di promozione sociale, organizzazioni inventate dal basso, da cittadini, soprattutto giovani, che hanno deciso di scommettere su sé stessi, a cui il profitto non interessa e per cui tutti i ricavi delle attività devono essere reinvestiti, soprattutto in risorse umane. è il Terzo Settore. Un esempio? Nel 2000 quando sono diventato responsabile della comunità eravamo in 5, oggi siamo in 29 ad avere un rapporto di lavoro con Exodus, nelle sue varie articolazioni. Aumentare di 6 volte gli occupati è cosa possibile solo per chi sceglie la strada non profit, per chi sa che il valore costruito va redistribuito in un meccanismo di crescita e di responsabilità sociale. Non per tutti è così, c'è anche chi sfrutta il sistema delle cooperative sociali per arricchirsi personalmente, per non pagare tasse, per passare dai jeans all'alta sartoria e alle macchine da 70 mila euro. Ma questa è un'altra storia…
Per fortuna tra i giovani, soprattutto quelli che escono dall'università, si fa strada una nuova consapevolezza che guarda al Terzo settore come nuovo modello d'impresa, capace di produrre senso, significati, coesione sociale e valore economico. Un modello per il futuro e una possibilità per uscire dalla crisi nella quale ci siamo avvitati, un motore di sviluppo da prendere ad esempio sia per le imprese tradizionali che per la pubblica amministrazione. Non solo. Il Terzo settore ha la capacità di incontrare il Pubblico e le Imprese contagiando positivamente i vecchi modelli e portandoli fuori dai vecchi recinti autoreferenziali, di proporre strade nuove a patto che si sia uniti dal desiderio di generare un cambiamento reale.
Per passare dalla teoria ai fatti: affidare un bene pubblico (es. la Villa comunale di Cassino) ad un commerciante vecchio stampo significa ingrassare i profitti di un singolo. Confezionare il bando affinché possa vincere una cooperativa di giovani under 35 capaci di mettere in campo creatività, condivisione, spirito d'impresa, coinvolgimento di soggetti deboli, significa accendere un motore di sviluppo che può creare valore per tutta la città. Certo è che spiegare queste cose ad amministratori che affidano lavori alle cooperative sociali senza fare gli impegni di spesa è cosa assai ardua: per questi il terzo settore è un mondo da sfruttare e i soggetti deboli sono un ottimo corredo per le fotografie sui giornali. Anche questa è un'altra storia ma non è diversa da quella di prima.
D'altra parte il grande investimento fatto dal Governo sulla riforma del Terzo settore la dice lunga sull'evidenza che lo sviluppo del Paese (e del nostro territorio) non possa prescindere dal ruolo che il sistema non profit riveste nella società reale. Un ruolo e un compito che si sostanziano soprattutto nella capacità di rigenerare la comunità attraverso la costruzione di luoghi dove il bene primario diventano le relazioni ed i processi fondamentali sono quelli di inclusione sociale ed economica. Il vecchio binomio pubblico/privato deve diventare un trinomio: pubblico/privato/civile. Ecco perché il nuovo ordinamento del Terzo settore rappresenta una rivoluzione che mostrerà i suoi effetti a beneficio di tutta la società, nella misura in cui il pubblico e le imprese sapranno lasciarsi contagiare dalle buone pratiche di cui il nostro Paese è già ricco, purtroppo soprattutto al nord.
Può essere Exodus un incubatore di nuove imprese sociali? Perché no, i trent'anni di esperienza li mettiamo ben volentieri a disposizione di giovani che vogliano conoscere la normativa di settore, i meccanismi di funzionamento, di rapporto con gli enti, di gestione del personale, di innovazione sociale. Potrebbero nascere nuove cooperative e competere con quelle vecchie sulla qualità dei servizi. Il Terzo settore è una grande opportunità ed una sfida da cogliere: "Ragazzi, venire a vedere come funziona e provate a fare di meglio".

Ne avevamo parlato più volte, durante la "Mille giovani per la pace", con gli amici responsabili delle società sportive più attenti a questi temi e ieri ci siamo ritrovati per una Festa dello Sport, nel quartiere San Bartolomeo, grazie ad un progetto di formazione realizzato insieme all'Università proprio sull'utilizzo dello sport come strumento di prevenzione al disagio giovanile. A fine corso, grazie alla collaborazione della Parrocchia di San Bartolomeo e all'Associazione "Il ponte per l'isola", abbiamo deciso di fare un'esperienza sul campo con gli studenti.

Obiettivo: coinvolgere bambini e ragazzi del quartiere in un pomeriggio di festa dove conoscersi meglio, provare sport vecchi come il calcio e nuovi come il rugby, sperimentarsi nelle gare di atletica e prendere contatto con società sportive per fare esperienze nuove.

Oltre duecento i ragazzi presenti che hanno trasformato un campo polveroso (!) in un oratorio moderno, a base di sport, che si è concluso con il regalo di palloni al parroco, Padre Aurelio, che ha preso l'impegno di avviare un'attività sportiva più strutturata. A lui le società sportive presenti hanno garantito massima collaborazione. Fra queste il C.U.S. Cassino, A.S.D. Cassino Volley, A.S.D. Karate Shotokan Cassino, A.S.D. Briganti Cassino Rugby e, ovviamente, A.S.D. Exodus Cassino.

Insomma, senza spendere un centesimo, abbiamo tolto dai marciapiedi un po' di ragazzi per un pomeriggio. Adesso però ci siamo assunti una responsabilità di fronte alle aspettative dei ragazzi del quartiere e dobbiamo aiutare il parroco ad avviare il centro sportivo della parrocchia, perché lo sport può cambiare il volto di un quartiere e magari i palazzoni saranno meno grigi grazie alle grida festanti di ragazzi che inseguono un pallone.

Credo che in un momento così delicato per i giovani, nel quale droghe di ogni genere sono sempre più abbondantemente disponibili, il movimento sportivo della nostra città, possa e debba farsi carico di queste responsabilità, perché i momenti aggregativi che riesce ad esprimere possono essere l’ancora di salvezza per molti ragazzi.

Forse, dico forse, l'Amministrazione comunale, oltre a produrre inutili ordinanze anti-movida, anti-prostituzione, anti-clochard, anti-azzardo, anti-nonsochealtro, potrebbe farsi promotrice di un progetto educativo di comunità (parola tanto abusata!) basato sullo sport, capace di svolgere un'azione preventiva efficace nei confronti del disagio sociale e specialmente giovanile, aggregando il mondo sportivo cittadino, così vivo e certamente disponibile a spendersi per vivacizzare le troppe adolescenze addormentate sui muretti dei quartieri.

Il coinvolgimento dei docenti e degli studenti del corso di laurea in scienze motorie, ovviamente, sarebbe indispensabile! Si potrebbe così diffondere un'idea forte dello sport e delle sue potenzialità educative, si potrebbero moltiplicare e decentralizzare le manifestazione sportive tradizionali, generando momenti di unione e di solidarietà. Si potrebbero organizzare momenti formativi dedicati agli allenatori e valorizzare le esperienze più belle, e sono tante, di coinvolgimento nelle attività sportive di persone e realtà deboli o svantaggiate.

Insomma, un campo sportivo ed un pallone possono salvare più ragazzi di un posto di polizia. Alle forze dell'ordine la repressione, alla politica la prevenzione. Forza Padre Aurelio, non sei solo! Forse…

Mercoledì, 18 Ottobre 2017 20:07

Ricostruire la città partendo dalle periferie

Anziché al restyling di piazza Labriola bisognerebbe pensare seriamente alla riqualificazione delle periferie

Mentre al Comune si cercano 3 milioni di euro per abbellire piazza Labriola, in tutta Europa si mette la testa sui centri del futuro prossimo, ovvero sulle periferie. Quei territori cementificati spesso malamente perché ogni attenzione è sempre riservata alle vie dello struscio e ai negozi più chic. Quelle zone di confine dove il vuoto culturale viene riempito dalle illegalità e dagli spacci di ogni genere, dove le solitudini si trasformano in percorsi di disumanizzazione e l'esclusione sociale diventa un destino ineluttabile. I fondatori del mio gruppo scout, alla fine degli anni '70 scelsero coraggiosamente, profeticamente direi, di staccarsi dal centro per andare ad aprire un nuovo Gruppo al quartiere Colosseo ed io sono cresciuto insieme a tanti ragazzi di quel quartiere, "Fossa" inclusa, anche se poi, qualcuno di quei ragazzi, me lo sono ritrovato in comunità. Sono passati quarant'anni e troppe cose sono rimaste tali e quali in quelle periferie urbane, sociali, esistenziali.
L'urbanistica è una scienza umana, si occupa del destino delle persone e andrebbe affidata ai sociologi, agli educatori, agli antropologi, agli esperti di politiche sociali, altro che agli architetti! A causa di decenni di scelte sbagliate che hanno sempre privilegiato il centro, destinando alle periferie i gruppi meno abbienti, più svantaggiati, senza promuovere il benessere culturale e sociale in quelle zone, oggi ci ritroviamo con una città spezzata in due. Da un lato il centro ricco, evoluto, costoso e godereccio, dall'altro le periferie, zone dormitorio sostanzialmente abbandonate a sé stesse, dalle quali partono quotidianamente tutti per venire a vivere il centro.
Eppure una volta bisognerebbe farla una riunione di Giunta in uno dei sottoscala dei palazzoni Ater dove nei primi anni '90 andavamo a fare lezioni di catechismo prima che venisse costruita la Chiesa di San Bartolomeo, così, giusto per non perdere di vista alcuni "cuori" pulsanti della nostra città, quelli che in genere, tra l'altro, determinano pure i risultati elettorali! Battuti porta a porta in campagna elettorale e poi dimenticati fino alla prossima tornata.
Ma non ne voglio fare un discorso di solidarietà, né credo che si debbano moltiplicare gli sforzi per rifare le facciate di qualche palazzo. Penso che 3 milioni di euro, magari insieme ad altri 3 investiti dai privati, potrebbero essere meglio spesi in un progetto di riqualificazione di quei quartieri, di riequilibrio fra le zone della città, di rilancio sociale, culturale, economico, educativo, di housing sociale, di ricostruzione della comunità cittadina proprio ripartendo dalle periferie. Ecco, dobbiamo proprio ripartire dalle periferie per ricostruire la città. La periferia è una chiave di lettura privilegiata del nostro tempo. Papa Francesco, che è stato "preso alla fine del mondo", che è uno che se ne intende, dice che questo è il "tempo delle periferie". D'altra parte anche San Benedetto avrebbe potuto scegliere Roma per fondare il monachesimo occidentale, invece scelse una periferia, per nostra fortuna, "Quel monte a cui Cassino è ne la costa".
Parliamoci chiaro: se continuiamo a ghettizzare come abbiamo sempre fatto, non ci salveremo dalla catastrofe sociale che ci aspetta nei prossimi decenni, perché questi ghetti sono destinati ad esplodere come sta già accadendo in tutta Europa. La periferia è un concetto sbagliato che va superato in favore di una integrazione, di una diffusione del centro, di una convivenza nuova e solidale capace di rimuovere le etichette, di supportare anche "dal basso" alcune situazioni problematiche, proprio perché diffuse e non concentrate come sta avvenendo per gli immigrati che, in tal modo, continuano ad essere popolo a parte. D'altra parte, se pensiamo che integrarli significa farli lavorare gratis come forma di riconoscenza verso chi li ospita, siamo sempre sulla stessa strada, quella di chi si sente "centro" e mal sopporta la "periferia". Aggiungo il mio solito esempio banale: non si potrebbe spostare il mercato del sabato a San Bartolomeo per decongestionare il centro e dare a quel quartiere un impulso allo sviluppo economico? Nascerebbero nuovi servizi e nuovi posti di lavoro. Qualche commerciante del centro protesterà, pazienza, ce ne faremo una ragione!

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